lunedì, gennaio 31, 2011

domenica, gennaio 30, 2011

450

cosa non si fa per gli altri.
cosa non si fa, per gli altri.
una virgola e due mondi.

sabato, gennaio 29, 2011

A

a

venerdì, gennaio 28, 2011

Non è ciò che vogliono farci credere, è ciò che già crediamo

psico

io aprirò il tuo cervello
e mi ci ficcherò dentro.
scoprirò tutto, anche quello
che nemmeno esiste
senza dimenticarmi
di lasciarci dentro
le mie idee.


ieri, quando mi sono reso conto di non aver scritto il giovedì frittata, dopo un'ora e mezza passata a minacciare di morte eBay e soprattutto il sistema PayPal, il portatile aveva ormai pochi secondi di vita ed ho deciso, stremato, che non mi sarei alzato a prendere il caricabatterie. ergo ecco qua il
gioverderdì frittata: frittata al forno
pietanza difficile non tanto da preparare quanto da consumare. una volta racimolate cento-centocinquanta uova, un qualsiasi forno va benissimo. ovviamente per friggere il tutto occorrerà una padella per forni.

giovedì, gennaio 27, 2011

Forse è meglio se certo

io da piccolo non credevo che nel wrestling fosse tutto vero. non sapevo nemmeno cosa fosse, suppongo. ricordo che avevo due lottatori di plastica, ma per me erano personaggi minori come gli altri, comuni mortali da far picchiare dal mitico Batman ma soprattutto dal potentissimo Pistone. insomma, quello che volevo dire è che rispetto ad un sacco di bambini americani sbavanti dietro ad Hulk Hogan io ero un po' più...originale, dai.
ero convinto (e questo fino ad almeno dodici anni) che la parola "album" si riferisse solo ed esclusivamente agli album di figurine. non riuscivo a capacitarmi di chi cacchio potesse comprare quei quaderni con centinaia di foto appiccicose dei Backstreet Boys o Britney Spears che pubblicizzavano alla tele.
inoltre, ogni volta (e dico ogni volta) che la mia mamma ringraziava qualcuno in auto alzando la mano, le chiedevo "perchè l'hai fatto? lo conosci?". poi ad un certo punto, dal nulla, ho iniziato a convincermi del fatto che non salutasse nessuno.

confesso di aver iniziato questo post a causa di un'altra mia credenza infantile che mi è piombata in mente, ma poi me la sono dimenticata terribilmente.

ah, e sempre in tema di infanzia, ricordo che avevo paura di vomitare. oddio, ora che ci penso, probabilmente continuo ad averla.

mercoledì, gennaio 26, 2011

Inutile listare cose fatte per ricordarsele negli anni, il pensiero andrà sempre a quelle mancanti

ci sono giornate belle e giornate un po' meno belle, altre tristi altre importanti
altre, semplicemente, giornate.
quelle che predominano, nella vita di una persona, sono le utlime. c'è una serie di eventi che le bilancia, da una parte quelli spiacevoli e dall'altra i loro opposti.
adesso un bivio.
possiamo sprogrammarle noi, togliere loro l'etichetta di "standard", di "default" capendo cosa realmente ha valore e costruendo le nostre giornate belle e brutte. anche in faccia alla casualità degli eventi.
oppure possiamo desiderare una distinzione netta, un'oscillazione instabile come l'isteria, tra giornate bellissime e bruttissime. tutto agli estremi, ieri sei raggiante e oggi crolla tutto, ma domani non potrà essere peggio. nè meglio.
per me un misto delle due cose, grazie.

martedì, gennaio 25, 2011

Se vogliamo il silenzio, guadagnamocelo

piano piano ci accorgiamo che ciò che c'è oggi, in realtà, c'era già prima. gli antichi erano avanti e noi siamo indietro oppure boh, è un ciclo continuo. scopriamo le stesse cose ogni tot migliaio di anni. magari poi veniamo a sapere che già i Neanderthal usavano Internet, solo che avevano i computer fatti di pietra.
probabilmente i primi uomini (o popolazione oggi nascoste chissà dove o, giusto per far piacere a Mistero, alieni) sono arrivati alle grandi scoperte nella maniera più semplice ed intuitiva mentre col tempo, per un'inconscia conoscenza delle vie già battute ed un'innata spinta all'originalità, i Sapiens Sapiens hanno trovato un'accesso più difficile alle stesse. probabilmente, se un giorno ci sarà mai un ritorno alla preistoria come Einstein sosteneva nella sua celebre frase sulle guerre mondiali, gli uomini del futuro faranno scoperte nei modi più assurdi, guardando ai resti dei nostri come a qualcosa di indecifrabile, incredibile.
oppure Dio esiste ed è un gran burlone.

(questo vecchio articolo e un altro che non trovo hanno ispirato gli avvicendamenti di parole confuse che avete appena letto)

lunedì, gennaio 24, 2011

La prossima volta sarà la prima

sono nello spogliatoio che mi asciugo, dopo la doccia. parte in diffusione, nelle casse disseminate per tutto l'edificio, Clocks dei Coldplay. wohoo, yeah. dopo tutta la musica discotecara oggettivamente di merda che mettono, finalmente qualcosa di bello. il giro di piano iniziale inizia a ripetersi, si è sicuramente incantato il lettore cd.
no.
è un remix del cazzo.
vaffanculo.

sabato, gennaio 22, 2011

Introduzione e finale, eppure manca qualcosa

innanzitutto muovete il culo e andate a perdere i vostri prossimi quattordici minuti davanti a questa magnifica recensione di Yotobi. poi
visto Kick-Ass in inglese, voto doveteassolutamentevederlo e
visto Hereafter, voto anchesenonandateavederlononviperdetenulla.

venerdì, gennaio 21, 2011

E adesso un bel poi

sarà, ma io trovo una certa somiglianza tra il Capitano del Tonno Nostromo e Corto Maltese. e il primo è troppo più figo, vuoi mettere; Hugo Pratt avrebbe dovuto pensarci, cazzo! se avesse messo una scatoletta in mano a quel marinaio fumettoso e vagabondo, adesso ci sarebbe lui a scrivere spot per quel signor Tonno.
ecco perchè rimpiango il povero Pratt, perchè avrebbe potuto esserci lui dietro a quella meraviglia.

giovedì, gennaio 20, 2011

Casa è dove puoi fare la cacca dovunque senza correre il rischio di essere perseguito legalmente

con questo post finisco la trafila sul racconto che vi ho propinato a puntate per due settimane, giuro.
non c'era esattamente una linea che avevo deciso di seguire, la storia è nata da sola puntata per puntata. il significato, però, più o meno, l'avevo stabilito. percepisco troppa poca spinta innovatrice, o meglio, troppa fossilizzazione. forse sarò io che non m'informo, probabilmente. sono uno della massa, massa a cui arrivano costantemente gli stessi input e le stesse solfe ogni volta, ogni anno e dovunque si guardi. l'originalità bisogna cercarsela, mentre il mainstream è ripetizione e stanchezza. credo che dovrebbe essere il contrario. il mondo che ho descritto è essenzialmente il nostro, a parte per le innovazioni tecnologiche. i personaggi "addormentati" non si accorgono che esista un mondo "sveglio" tutto intorno a loro, finchè non aprono gli occhi grazie a qualcosa di naturale o casuale, fuori dai normali schemi. soprattutto, è un inno all'arte, a tutte le arti, che personalmente considero vitali. tengo a precisare inoltre che il mio concetto di arte sta non tanto in una particolare attività (che nel racconto ho voluto esemplificare con le sue manifestazioni classiche), ma nell'approccio che si ha nello svolgerla. anche l'astrofisica o il cassiere sono degli artisti, se in quello che fanno ci mettono passione ed un pezzo di se stessi.
ultima cosa buffa. nella storia i personaggi inizialmente non hanno ispirazione, per poi acquistarla successivamente. io, scrivendo di loro e dando loro vita, progressivamente, l'ho persa.

scusate per il dilungamento, ma volevo assicurarmi che anche solo l'unica persona che avesse letto la storia avesse presente quello che intendevo comunicare scrivendola.


giovedì frittata: frittata di patate e salsicce
sbucciate le salsiccie, sgusciate le patate e togliete la pelle dalle uova. tagliate le uova a pezzettini e rompete il bordo delle patate sul bordo della padella. no, un momento. le patate le avete già sgusciate. uhm. facciamo che frullate tutto e poi friggete quello che viene fuori.

mercoledì, gennaio 19, 2011

Un briciolo di grandezza o un'enorme pochezza?

segue

strinse la mano all'uomo e guardò spegnersi per riaccendere lei, definitivamente. non scattò la sua foto, la prima che si era sentita di fare con il cuore. inutile chiamare qualcuno, perchè qualcuno era troppo vago ed una persona precisa non si trovava in giro.
vide che l'uomo aveva un biglietto sporgente da una tasca. "se sono morto, riportatemi a casa" e un indirizzo. si guardò intorno spaesata e impotente. un uomo uscì da dietro un angolo.
se lo vide correre incontro e ascoltare le sue parole, paziente. insieme portarono lo scultore dove voleva, in mezzo a decine di sculture di legno e cose rotte.
l'uomo andò via; la fotografa rimase lì, ancora qualche ora. era sconcertata, incredula. una persona in giro per le strade, una persona con un'iniziativa ed un'espressione dischiusa, morbida e mutevole. chissà quante altre volte avrebbe potuto incontrarla, se sole l'avesse cercata.

Anna Eisenstaedt fotografa ancora il grigiore e la cupezza contro la cui marea è riuscita a nuotare. adesso però, non appena stampa una foto, la colora con le tonalità che vorrebbe avesse.
James Berry è ancora chiuso nel suo appartamento, morto per due persone, inesistente per tutte le altre.

martedì, gennaio 18, 2011

E' scomparso tutto, tranne i fogli bianchi

segue

Celie Pennac guardò il pianoforte ed i miliardi di fogli sparsi per la casa. li aveva sparsi lui, il musicista, dopo anni di impilamenti. le sembrava tutto così naturale, quel disordine, pur non avendolo mai assaggiato. lo gustava con la vita nuova che aveva avuto indietro per metà tempo prima, quando vide quell'uccello volare in cielo, e per metà quello stesso giorno, strattonata in un'uscita fuori programma dall'amica.
Michael si rifiutò di far ascoltare altre sue canzoni ad Helen, perchè aveva paura di tornare all'apatia, riascoltando tanta innaturalezza.
congedandosi, mentre Celie scendeva le scale salutando frettolosamente, i due si diedero appuntamento per la sua settimana successiva, l'uno con un nuovo brano, l'altra con un nuovo quadro.

Celie Pennac, ancora mantenuta da qualche pubblicità, scrive e interpreta dei monolghi nel caos in cui ha gettato la sua stanza e più spesso di prima si affaccia alla vetrata in cerca di un paio d'ali che insegue, non appena le scorge.
Michael Mohad rilegge costantemente il libro di Jonathan, nel timore di ritornare senza rendersene conto, vuoto come prima. e come prima, la sua nuova musica adesso viva, continua a passare inosservata.
Helen Antolini consegna ancora quadri scadenti, mentre con i migliori riempie le pareti di casa sua. a volte esce di casa con i colori e dà vita ad un muro qualsiasi.

continua

lunedì, gennaio 17, 2011

domenica, gennaio 16, 2011

Otto scatti veloci fanno di una vita un film

segue

i suoni che facevano da contorno erano pochi e familiari, riconosciuti e catalogati. il torpore artistico, l'iniziativa creatrice, l'esigenza originale erano morte dentro alle teste riempite di fumo e schermi luminosi.
nessuno avrebbe sfondato la porta a Jonathan Higgs, nessuno lo avrebbe richiamato per il libro che aveva scritto. la stanchezza e la ripetitività assaliva tutti, dopo un po', e se fino a quel momento si erano fidati di lui perchè ormai del tutto soggetto alle regole, avrebbero continuato, ciecamente, a fidarsi.
Jonathan si sentì chiamare da dietro e vide una ragazza asiatica, vide i suoi occhi. c'era speranza, speranza in bianco e nero, in piccole dosi, a rallentatore, ma la spinta di fronte al vuoto con la forza personale di volerlo riempire, stava velando qualche persona rimasta persona.
stettero a parlare un po', insieme, mentre il sole nasceva ad anni luce da loro, chiuso dalle tende oscuranti del pianeta terra. uno grazie ad un numero, l'altra pr merito di un simbolico schiaccianoci, si erano svegliati contro qualsiasi previsione che potesse uscire da un laboratorio di studiosi delle emozioni umane.

Jonathan Higgs adesso scrive poesie e vive di poco, nuota perfettamente nei labirinti delle città riuscendo ancora a perdersi, sia con i pensieri sia con l'orientamento. ogni tanto ritorna a casa, la cui porta continua a lasciare aperta un po' per l'abitudine a ripetere dei vecchi tempi, un po' perchè nessuno se ne accorge.
Mitsuko Chan fa parte di una compagnia di ballo, attiva da prima che lei si svegliasse. lei e gi altri si ritrovano in una stanza poco lontana dalla sua e ballano sui brani che alcuni musicisti rinati compongono per loro. il suo schiaccianoci si è rotto, quasi come se il suo compito fosse stato finalmente adempiuto.

continua

sabato, gennaio 15, 2011

Da zero non si può solo ricominciare

segue

Mitsuko Chan, la ballerina, uscì dalla sua stanza.
i continenti, alla deriva, avevano iniziato a riabbracciarsi. la gente invece aveva smesso.
fuori era quasi l'ora dell'alba, e anche se non sarebbe cambiato nulla, lei voleva esserci. sentiva le gambe scivolare una davanti all'altra con freschezza, i capelli sorvolarle la faccia ad ogni passo. notò vide qualcuno che, come lei, stava scendendo le scale, un piano più sotto. aveva lasciato la porta aperta. impossibile che se la fosse dimenticata, sapeva, adesso, cosa significasse vivere con il pilota automatico e sapeva che per tutti era così.
andò dietro all'uomo senza farsi sentire, forse anche lui si era ricordato che il sole stesse per sorgere.

continua

venerdì, gennaio 14, 2011

Adesso ti riconosco

segue

abituato al solo rumore dei suoi passi, sì voltò al suono di altre scarpe. sordo alla voce di altre persone, non capì cosa quella ragazza gli stesse dicendo. si tolse di bocca le due sigarette, stupefatto. il suo sguardo, le sue pupille guizzanti che si dilatavano e si rimpicciolivano nonostante la luce diretta inesistente. non credeva ai suoi occhi, e nemmeno a quelli di lei.
Anna Eisenstaedt, la fotografa, continuava a parlare all'uomo, ma lui sembrava non comprendere, le orecchie ovattate da anni trascorsi a sentire la sua stessa voce ed il metallo picchiare, raschiare il legno.
James Berry, lo scultore, era già sveglio. adesso sapeva di non essere l'unico, adesso sapeva che, senza di lui, non si sarebbe estinto niente di quello che era riuscito a mantenere per tutta la vita dei suoi capelli, prima nerissimi e poi, gradualmente, bianchi. sentì il cuore stringerglisi di botto, un dolore allucinante che si sforzò di ignorare. chiuse gli occhi e li riaprì. vide la ragazza in piedi davanti a lui, come nella sua ultima opera, e la sua bocca aprirsi violenta in grida di parole che continuava a non capire.

continua

giovedì, gennaio 13, 2011

Vorrei poterti riconoscere

giovedì frittata: frittata di cipolle
ricetta antichissima, rimane uno dei grandi misteri della cucina. prima della diffusione della scrittura, nessun suo conoscitore è riuscito a tramandarla vocalmente senza uccidere l'interlocutore con la fragranza del suo alito. detto questo, improvvisate. consiglio: negli ingredienti potete usare un acrobata vestito a strisce gialle e nere su una moto che fa il giro della morte dentro un'arena piena di terra. e un leone.

mercoledì, gennaio 12, 2011

Esiste un peggiore?

segue

l'amica seduta di fianco a lei, in auto, teneva in mano un foglio con su scritto un indirizzo. "qui" sentì e si fermò, senza muovere gli occhi, adesso spalancati.
nessuno avrebbe inseguito nessuno, nessuno avrebbe cercato nessuno, nessuno avrebbe ucciso nessuno. questo perchè nessuno sapeva nient'altro degli altri.
la luce, grigia e non abbagliante, martellava le sue pupille, il suo sesto senso adesso si chiamava vita.
Helen Antolini, la pittrice, e Celie Pennac, l'attrice, salirono le scale del palazzo fino al quarto piano. accostandosi alla porta, prima di autenticarsi alla fotocellula per lanciare un avviso acustico, rimasero ferme a guardarsi l'un l'altra: di là, qualcuno stava urlando.

continua

martedì, gennaio 11, 2011

Meglio il sincopato, del il virtuoso ammaestrato

segue

Michael Mohad, il musicista, pensò alle Furie, alle storie su di loro che gli raccontava il nonno. regine della passione, delle passioni, le Furie facevano innalzare i fiumi per distruggere le dighe, facevano esplodere l'amore tra i nemici di nome e non d'opinione, portavano la natura dove la natura era stata cancellata.
le Furie erano dentro quel libro, erano uscite e lo avevano scaraventato al pianoforte, a suonare successioni improvvisate di note, facendogli dondolare la testa, urlando parole senza senso.
ma le pareti perfettamente isolate della sua stanza combaciavano con quelle delle altre, e nessuno poteva sentirlo.

continua

lunedì, gennaio 10, 2011

Troppe volte è stato poco, e tutte quelle insieme non hanno fatto un molto

segue

aveva lasciato la porta volutamente aperta, così almeno non gliela avrebbero sfondata. fuori, a lungo andare, l'aria rinfrescava il cervello e lo riaccendeva. avrebbe dovuto abituarcisi, alle idee che gli affollavano la testa una dopo l'altra, alle domande a raffica che gli venivano spontanee, al corpo che si svegliava.
pensò che probabilmente non avrebbe saputo dove andare, quella notte.
Jonathan Higgs, lo scrittore, prese lo zaino con le poche cose che si era portato dietro e imboccò la prima strada del labirintico quartiere.

continua

domenica, gennaio 09, 2011

Se è troppo tardi per adesso, è anche sufficientemente presto per domani

piccola parentesi, una cosa che mi ero dimenticato: visto la bellezza del somaro, voto nove.

sabato, gennaio 08, 2011

Prima è

segue

il porno non era mai morto. chiunque lo guardava, chiunque lo inseriva in una sua ricerca almeno una volta al giorno.
incredibile era vedere come, nonostante ormai in rete si potesse trovare di tutto e gratis, la gente continuasse a pagare lei per ballare in webcam.
tempo scaduto, cliente successivo. si staccò dal palo e si rivestì, riprendendo fiato.
il contatto umano era limitato, si era puntato sui mezzi, sugli intermediari. la vicinanza tra persone era circoscritta e lineare, il proprio mondo non andava al di là dei confini del collegamento elettronico, anzichè delle sinapsi.
guardò l'orologio: le due e trentacinque minuti. decise di staccare la telecamera, poi di andare in cucina, a controllare il rubinetto. perdeva di nuovo, come previsto. aprì il cassetto di fianco a lei e prese lo schiaccianoci, rivelatosi negli anni utilissimo e perfetto per quel genere di riparazione provvisoria. si chinò per aprire lo sportello sotto di sè sbattendo la testa sul bordo del banco di legno e andando a terra, seduta. si guardò intorno e ritrovò l'attrezzo che aveva preso, cadutole lì vicino. uno schiaccianoci. il suo schiaccianoci, lo schiaccianoci. era esattamente come lei. era predisposto per un certo tipo di lavoro, ma per mancanza di qualcosa su cui operare, ne faceva un altro. a lui mancavano le noci, a lei mancava la naturalezza. se ne accorse solo allora.

continua

venerdì, gennaio 07, 2011

Troviamo un modo per trovarne di nuovi

segue

più che altro era per quella luce che non si vedeva mai bene. aiutava a sentirsi zitti e addormentati. il sole era un bel ricordo da scrivere sui calendari. ma di ricordi ce n'erano ben pochi e tutti sfumati come l'iniziativa di chi li aveva.
lei un po' li conosceva i ricordi. lei fotografava, ma non per piacere personale. una volta aveva anche provato ad entrare da qualche parte come reporter, ma ormai le telecamere erano dovunque e le immagini ferme si estraevano dai video in alta definizione. c'era qualche problema etico, forse.
ogni luogo esterno era controllato, ogni luogo interno era sorvegliato. da chi, poi, non si sapeva. eppure i muri non erano impeccabili perchè c'era paura di essere beccati, ma perchè semplicemente non si arrivava nemmeno a pensare ad una bella frase da scriverci. la vigilanza costante era solo una prassi che si trascinava ormai da anni, ricordo di un modo di tener buona la gente ormai superato.
il bianco e nero aveva trionfato sul colore perchè il più vicino alla realtà. lei voleva, doveva, ritrarre il grigiore della realtà per ricordarselo e per ricordarlo a chi sarebbe venuto dopo di lei. ne sentiva l'esigenza, quasi fastidiosa. per il resto viveva di soldi ereditati, che spendeva sempre meno, che non le servivano.
il vicolo su cui dava la sua terrazza era privo di un qualsiasi riferimento che potesse aiutare ad orientarsi chiunque vi si fosse perso.
vide passare al di sotto un uomo di pelle scura, più scura del solito rosa incupito dall'ombra, e dai capelli bianchi. le sembrò la perfetta sintesi di ogni sua fotografia, e quello doveva ricordarselo. anzi, doveva ricordarselo bene. aprì la porta e, nel mentre che si chiudeva, iniziò a scendere le scale del palazzo.

continua

giovedì, gennaio 06, 2011

Da fuori la palla di cristallo sembra una gran bellezza, ma in realtà dentro fa un caldo boia

giovedì frittata: frittata di spaghetti
stavolta andiamo per qualcosa di mangiabile, dunque accantonate pure l'idea di sostituire la pasta con capelli di rastafariano o lacci di scarpe. alzatevi ed andate a comprarla. mettete poi gli spaghetti in padella assieme alle uova e friggete. ovviamente sto parlando di spaghetti cotti e di uova sgusciate, ricordandovi che oggi si va per il commestibile. una volta fatto, date tutto al cane.

mercoledì, gennaio 05, 2011

Sciogliersi al freddo

segue

poggiò gli strumenti da lavoro sul tappeto e guardò la sua vena riversatasi nel legno. un uomo in piedi di fronte ad un altro sdraiato a terra, morto. il primo teneva sollevato il cappello del secondo come a farlo vedere a tutti. fece scorrere una mano sulla faccia dell'uomo a terra e l'altra sul suo stesso viso, lentamente. chiuse gli occhi ed ascoltò i lineamenti e le imperfezioni con i palmi. perfetto, come toccare la stessa testa. adesso gli riuscivano proprio bene, le sculture.
la piattezza non aveva invaso il suo appartamento, chiuso ad ogni contaminazione. la tv spaccata a martellate anni prima, era rimasta al suo posto. niente di automatico, nessuna macchina particolarmente moderna in casa. il suo cervello, a differenza di quello di moltissimi, funzionava ancora grazie alle passeggiate all'esterno, ai buoni e veri libri, ai dischi che era riuscito a tenersi dietro fra un trasloco e l'altro.
la pelle nera e la barba bianca segnavano la sua faccia tranquilla e lontana, teatro di un'espressione innaturale se messa a confronto con quella spenta e catatonica delle rarissime persone che aveva il dispiacere di incontrare fuori, durante le sue camminate.
entrò in bagno affondando i piedi scalzi sui vetri rotti dello specchio, caduti la sera prima, tagliandosi. la rabbia lo invadeva sempre più spesso, e quando non aveva sotto mano l'attrezzatura per sfogarsi in qualche figura scolpita, finiva per urlare più forte che poteva, spaccando qualcosa. ma nessuno lo avrebbe sentito, isolato com'era.
fece scorrere un po' di sangue infilando i piedi sotto il getto d'acqua della doccia, poi, con quelli ancora bagnati, tornò in sala accendendosi due sigarette e chiedendosi se sarebbe morto prima che cambiasse qualcosa.

continua

martedì, gennaio 04, 2011

Poche le cose molti i modi, questo è sufficiente

segue

nemmeno un filo di pioggia. zero ispirazione, come al solito. forse nemmeno sapeva cos'era. prese gli occhiali e si affacciò alla vetrata del piano terra, vedendo sfrecciare un'auto rossa. probabilmente era Helen che tornava dalla consegna.
fuori c'era ben poco da vedere, il verde era solo un piccolissimo ricordo. in pochi se lo ricordavano e nemmeno ne avevano la nostalgia. l'attrattiva era tutta dentro lo schermo, dove lei recitava stancamente copioni lenti e scontati.
con le pubblicità riusciva a tirare avanti anche per diversi mesi. quell'anno in cui era entrata nel cast di quel telefilm poi, le aveva dato una discreta spinta economica. adesso spadroneggiava nel trenta percento dei cartelloni sulle strade e sui palazzi, sui pop-up di Internet ed in mezzo ai programmi tv.
la globalizzazione aveva chiuso tutto il mondo ad un unico Paese, nessuno era più indigeno, nessuno più autoctono, nessuno più caratteristico. la differenza tra la vecchia Asia e la vecchia Africa non era maggiore di quella tra due palazzi dello stesso quartiere.
lei che odiava guardarsi allo specchio, ogni volta trovava la sua gigantografia su sfondo blu attaccata in bella mostra al muro di fronte alla sua finestra. aveva montato delle tende, ma ogni tanto sentiva il bisogno di affacciarsi, di capire se c'era qualcuno dentro di lei, se c'era un cuore che batteva anche per qualche cosa di semplice. aspettava. un giorno aveva visto un uccello volare sopra i palazzi, ne era sicura. eppure ogni specie animale, tranne l'uomo, dicevano tutti fosse estinta da parecchi decenni.
adesso però era ora di lavorare. dopo essersi preparata ed aver letto le direttive inviategli, si piazzò davanti allo sfondo verde ed iniziò a parlare dell'incredibile efficacia e precisione di quella nuova macchina truccatrice che Helen aveva voluto a tutti i costi in anticipo. inviò i suoi trenta secondi per e-mail e tornò a letto. "attrice" pensò. in fondo aveva ben poco in comune con la recitazione, così come qualsiasi altro suo collega.
squillò il telefono; Helen Antolini, diceva. sfiorò l'immagine del tasto verde con l'indice e venne travolta da un "preparati, sto per passarti a prendere", rimanendo con il "pronto" ancora in gola e gli occhi bassi e persi nel vuoto, disinteressati del gabbiano che stava passando proprio sopra di loro, al di là della vetrata.

continua

lunedì, gennaio 03, 2011

Con calma arriveremo anche al caos

segue

le parole tutte uguali, i sentimenti tutti uguali, gli occhi tutti uguali. la brina fuori gelava il fondo stradale ed i muri metallici, beffandosi di chi, senza casa, tentava di sopportare i -20°.
si affacciò allo specchietto ricontrollandosi ancora una volta. per le strade non c'era nessuno, lo sapeva bene. erano rimaste come un tempo, niente di diverso, così come per le automobili. tutti i tentativi di spostarsi volando erano falliti o accantonati. oltretutto era un mondo dove spostarsi contava ben poco. decise che la truccatrice elettronica che aveva comprato aveva fatto un discreto lavoro, quindi accese il motore e partì.
la grafica non era riuscita a spazzare via l'arte pittorica, i colori sulla tela andavano ancora. ma ormai era sufficiente ricopiare qualcosa di vecchio o far scivolare un po' di colori qua e là sulla giustificazione dell'arte "moderna".
nessun artista era un vero artista. nessuno concepiva la potenza che aveva in mano, tenendo un pennello o poggiando le dita sui tasti di un pianoforte. al confronto con i grandi del passato sarebbero rimasti attoniti, fermi con una frase in testa: "mai vista una roba del genere".
adesso il quadro lo stava andando a consegnare di persona, come al solito. sempre che il gettarlo dentro ad un cunicolo metallico potesse chiamarsi consegna. aprì il portello digitando la password sul tastierino attaccato al muro. incredibile ma vero, fuori tutto era impeccabile. grigio, ma impeccabile. erano ormai dieci anni che andava lì e quel congegno attaccato al muro continuava ad essere integro. nessuna traccia di graffiti, di vandali, muri spaccati o pezzi di lamiera in terra. la repressione era solo un metodo antiquato, l'anestetizzazione era il futuro. il controllo sul cervello, non sul corpo.
tornò in auto e partì alla volta di casa, sovrappensiero ma senza un granchè da pensare. lo stereo diffondeva Michael Mohad, uno dei tanti menestrelli che riempivano i siti di download musicali. ne aveva scaricato uno a caso, senza pretese nè aspettative, chè poi quelle non le aveva nessuno. aveva letto due righe di biografia del ragazzo, mentre aspettava di avere l'icona dell'album sul desktop. a breve si sarebbe trasferito, dunque sarebbe cambiato l'indirizzo a cui gli utenti si sarebbero potuti recare per rivolgersi a lui di persona.
inserì la freccia per svoltare, come d'abitudine, ma quella non si disattivò. qualcosa le entrò nella testa e la fece svegliare, come un bagliore notturno. qualcosa aveva preso un'insolita e familiare frequenza. il ticchettìo della freccia si era sincronizzato perfettamente con il ritmo della canzone, mai successo.
rimase alla guida con gli occhi spalancati, ripensando all'indirizzo di quel musicista.

continua

domenica, gennaio 02, 2011

Manca qualcosa perchè c'è tutto

segue

eppure il cielo bastava ed era bastato fino a quel momento, così come tutti i messaggi subliminali e l'obbligo non scritto di seguire le regole. il cervello si può svegliare, prima di arrivare al disastro, prima di spegnersi. come le ultime parole prima di morire.
mise a fuoco le luci soffuse che non si erano spente del tutto. ormai non aveva senso ripararle, se tutto fosse andato bene gli avrebbero permesso il trasferimento fuori dal centro. studiò un attimo le ultime note sulla carta, ripensandone i suoni a memoria, giusto per ricontrollarle. "ancora scrivo sulla carta, ma pensa". iniziò a riportare tutto in digitale, poi lasciò fare la macchina. così, anche le sue duecentocinquantadue ore mensili le aveva finite. forse era il momento di un libro, o comunque qualcosa da leggere. ormai non leggeva praticamente più nessuno, ma lui già lo sapeva da tempo di essere uno dei pochi che ancora sentiva il bisogno di lasciar perdere la mente su parole di finzione.
si spostò sulla poltrona vicino alla cucina, l'ever-e-thing in mano. Jonathan Higgs, nuovo libro appena pubblicato. bene, tanto uno valeva l'altro.
ritornò alla macchina per inviare il materiale. un'unica, gigantesca catena di supermercati vendeva qualsiasi cosa, offrendo un qualsiasi servizio di riparazione ed assistenza. lì sarebbe finita la sua musica, il suo lavoro creativo identico a quello di tanti altri, privo di passione, snaturato della sua personalità. nemmeno li controllavano più, gli artisti ormai nel giro. l'assorbimento totale della regolarità e della routine li aveva ormai trasformati in un modo considerato irreversibile dagli psichiatri i quali, seguendo gli interessi dell'autorità, progettavano la direzione da far prendere al pensiero mondiale. non c'era possibilità di rivolta nè di risveglio, gli uomini furbi avevano infatti imparato a prevenire e ci erano riusciti così bene che ormai tutto era divenuto pilotabile, in quando unilaterale, bidimensionale.
poggiò di nuovo il sedere sulla pelle sintetica della poltrona, scorrendo l'introduzione del libro. "...infine ringrazio il numero novecentosessantaquattromiladuecentoventidue, che mi ha permesso di svegliarmi". rimase perplesso per qualche attimo, poi trascinò via la pagina e passò alla successiva, iniziando la vera e propria narrazione, non potendo immaginarsi di quello che vi avrebbe trovato dentro.


continua

sabato, gennaio 01, 2011

Con così tante sfaccettature è forse inutile pensare a nuovi colori primari?

"novecentosessantaquattromiladuecentoventidue millesimi di secondo al termine" lesse per un attimo sull'interfaccia del microonde. ormai erano diventati tutti così precisi. i cori di quella canzone lì, di quel gruppo là, erano così distensivi. decise si spalancare la finestra e far entrare qualche aeroplano, chè ormai i piccioni erano tutti spariti. si cambiò gli occhi togliendosi quelli notturni ed inserendo quelli più sensibili, per il giorno. la coda dell'occhio, modificata ed allargata, gli permetteva di guardare la televisione anche di fianco, così come era costretto a stare se voleva tenere sotto controllo la sua colazione senza perdersi le notizie del mattino.
"oggi inizio prima" pensò. gli orari non esistevano più, tutto era automatico. le cose si facevano quando si voleva, in quantità stabilite; gli unici a seguire una vita regolare erano i progettisti di tutto quello che circondava gli esseri umani.
accese il suo sole e tirò le tende, creandosi il clima ideale. accese l'e-table ed iniziò il terzo capitolo del suo libro. punti da toccare: morte, guerra e fedeltà. almeno un colpo di scena, non più di novecentosessantaquattromiladuecentoventidue parole. fece sparire l'appunto con le istruzioni del protocollo lanciandolo oltre lo schermo. i libri andavano scritti, era un ordine preciso. dei contenuti bastava il minimo, ma sicuramente non dovevano sparire dalle vetrine delle librerie self-service. doveva continuare a sembrare tutto normale, l'arte non doveva apparire assopita. nessuno si sarebbe sentito più vivo, altrimenti.
il ripetere imperniava ogni cosa, la frequenza e la precisione erano il tempo e lo spazio. l'importante però era che non ci fosse qualcuno che se ne rendesse pienamente conto, durante la lenta e sottile assuefazione.
e così era lui, un po' ignaro e un po' disinteressato quando, rileggendo un'ultima volta le istruzioni, riconobbe un numero familiare.


continua